La quiete è un bel momento. E' quell'attimo magico in cui il vento è leggero e la terra è profumata, quella fase di stallo in cui il sapore della vita è dolce e bilanciato.
Qualsiasi elemento stesse sconvolgendo l'equilibrio del sistema, ora è in condizione di stasi.
La terra non trema più, i vulcani non eruttano, le tempeste non imperversano, i leoni si riposano, le gazzelle non corrono, i soldati non combattono, i bambini non piangono, i vicini non gridano e gli operai, che fanno i lavori nella casa a fianco, sono in pausa pranzo.
Serenità è l'apparenza.
Vivo una vita perfetta: una concatenazione organizzata di lavoro, attività, impegni e divertimento, una sequenza ottimizzata di intenzioni pianificate e speranzose programmazioni.
Mangio sano, fumo pochissimo, bevo ancor meno; pratico attività fisica, nutro lo spirito, curo il corpo; rinsaldo i legami affettivi, coltivo nuove amicizie, recupero i rapporti con gli ex, quando è possibile; mi occupo della vita pratica, delle scartoffie, delle noiose faccende burocratiche.
Cerco di migliorarmi, in tutti i modi. Vado persino in terapia.
La parola d'ordine è ordinare. Riordino tutto: i capelli, il cervello, i cassetti, le pareti, gli spartiti, le agende e gli armadi; anche il maledetto Social Network.
Non c'è un angolo o uno spazio della mia vita che non sia stato riorganizzato o in via di rassetto.
Un meraviglioso e glaciale equilibrio pervade la mia persona e domina la mia esistenza.
Lobotomia è la sostanza.
Se un uomo desta il mio interesse, semplicemente, smetto di farmelo piacere, tanto so che sarebbe quello sbagliato. Nella consapevolezza di un'errata capacità di giudizio, la scelta fra il rischio e la ritirata propende categoricamente a favore di quest'ultima: non posso più permettermi di perdere perciò, nel dubbio, non gioco proprio.
Il cuore, che prima correva all'impazzata, batte lento e stabile.
Più che un cuore pare un orologio svizzero, un meccanismo perfetto, controllato a vista dai tedeschi, rimbeccato di continuo da una suora di clausura scalza ed educato al galateo da una dissimulante precettrice inglese.
Avresti dovuto dire no, mi suggerisce l'ipocrita pedagoga britannica.
No, quaranta milioni di volte. Quaranta milioni di mancati no.
No a chiunque. No a quello psicopatico di A.B., no all'indisponibilità emotiva di R.R., no a quei due cerebrolesi di Azzurro e Piccolo Principe, no alle storie palesemente impossibili come quelle con Mister T e Bambi, no all'incorreggibilità cronica di M.C., no alle insensate perdite di tempo come San Luigi e Serpico, no a quell'incredibile enigma che è il Redentore, no a quell'altro mistero insondabile che è Elrond, no a S.R., no a S., no a tutte le cose che non hai mai menzionato in questa sede, no all'evidente incompatibilità con A., no all'ultimo disastro che si è rivelato M..
No persino a tuo marito, negazione di ogni logica, rifiuto di ogni crescita, grandioso fallimento servito in salsa di presunzione e incoscienza.
Saresti dovuta andartene giusto in tempo, sull'altare:
- Vuoi tu, Sholina Maddalena, prendere in sposo il qui presente M.ezzo M.orto?
- E no, scusi. L'ha detto lei che è mezzo morto. Lei lo vorrebbe per marito uno che, da sé, si definisce "uomo vuoto"? Io, a ripensarci, no. Proprio no. Scusate ma io me ne vado. Bella festa, comunque.
E allora non ci sarebbe stata, praticamente, metà della mia vita. Né la mia essenza. Né questo blog.
Tuttavia, la suora scalza dà man forte alla precettrice e si batte il petto, mentre i tedeschi battono il ritmo della marcia.
E il mio cuore segna il tempo, come un orologio svizzero. Preciso e silenzioso.
martedì 4 ottobre 2011
mercoledì 31 agosto 2011
NEL FANTASTICO MONDO DI SHOLINA OVVERO DA MORIR DAL RIDERE
- Guarda ... un elefante che vola! -
- Dove? - chiederò io.
Oppure: - Ma ... rosa? O con le orecchie da Dumbo? -
L'ipotesi di farmi una risata, non rispondere affatto o apostrofare il mio interlocutore con una cosa tipo: - Ma che stai a di'?! - non mi sfiora nemmeno lontanamente.
Io sono la donna del possibile e dell'impossibile, l'eterna bambina, l'inguaribile sognatrice, la vittima sacrificale che porge la nuca al suo boia aspettandosi una carezza e meravigliandosi, ogni volta, che, invece del tepore confortevole della pelle umana, arrivi il freddo acciaio della lama.
Evidentemente mi piace morire tante volte.
L'inevitabile conclusione è che l'amore per me sia costituito di sofferenza, rifiuto e indisponibilità.
Come il miglior segugio di razza scovo nelle loro tane tutti i più bugiardi, infantili, inaffidabili, traditori, egoisti, manipolatori, meschini, vigliacchi, confusi, fottuti, indifferenti, indisponibili e improbabili esseri del pianeta e, invece di ringhiar loro contro, come dovrei, mi avvicino scodinzolando.
Mi sdraio per terra a pancia all'aria, in segno di sottomissione, poi giro il collo e aspetto la mannaia.
Divertente.
Quasi buffo, ormai.
Le cose sono due: o io ho un fiuto straordinario o il mondo è costituito al novanta per cento da pezzi di merda.
O, magari, entrambe le cose. E il mio fiuto sopraffino per gli stronzi irrecuperabili fa sì che il restante dieci per cento di uomini validi rimanga totalmente offuscato.
Bisogna riconsiderare attentamente la "Nuova strategia dell'amore" con particolare attenzione ai punti uno e due della lista. In special modo il punto numero uno, a dire il vero.
Ci ero cascata con A. e ci sono ricascata con M., praticamente due giorni dopo aver stilato i nuovi precetti.
Sono senza speranza, ha sempre ragione Sacrabetta.
Al prossimo uomo che mi dice "ti amo" dopo una settimana, la mossa conseguente sarà trasferirmi davvero in Nuova Zelanda, non soltanto fingere, aggiornando lo stato di Facebook.
Scelta dispendiosa l'amore. Scelta dolorosa la morte.
Eppure, io non so fare altro.
Divertente.
- Dove? - chiederò io.
Oppure: - Ma ... rosa? O con le orecchie da Dumbo? -
L'ipotesi di farmi una risata, non rispondere affatto o apostrofare il mio interlocutore con una cosa tipo: - Ma che stai a di'?! - non mi sfiora nemmeno lontanamente.
Io sono la donna del possibile e dell'impossibile, l'eterna bambina, l'inguaribile sognatrice, la vittima sacrificale che porge la nuca al suo boia aspettandosi una carezza e meravigliandosi, ogni volta, che, invece del tepore confortevole della pelle umana, arrivi il freddo acciaio della lama.
Evidentemente mi piace morire tante volte.
L'inevitabile conclusione è che l'amore per me sia costituito di sofferenza, rifiuto e indisponibilità.
Come il miglior segugio di razza scovo nelle loro tane tutti i più bugiardi, infantili, inaffidabili, traditori, egoisti, manipolatori, meschini, vigliacchi, confusi, fottuti, indifferenti, indisponibili e improbabili esseri del pianeta e, invece di ringhiar loro contro, come dovrei, mi avvicino scodinzolando.
Mi sdraio per terra a pancia all'aria, in segno di sottomissione, poi giro il collo e aspetto la mannaia.
Divertente.
Quasi buffo, ormai.
Le cose sono due: o io ho un fiuto straordinario o il mondo è costituito al novanta per cento da pezzi di merda.
O, magari, entrambe le cose. E il mio fiuto sopraffino per gli stronzi irrecuperabili fa sì che il restante dieci per cento di uomini validi rimanga totalmente offuscato.
Bisogna riconsiderare attentamente la "Nuova strategia dell'amore" con particolare attenzione ai punti uno e due della lista. In special modo il punto numero uno, a dire il vero.
Ci ero cascata con A. e ci sono ricascata con M., praticamente due giorni dopo aver stilato i nuovi precetti.
Sono senza speranza, ha sempre ragione Sacrabetta.
Al prossimo uomo che mi dice "ti amo" dopo una settimana, la mossa conseguente sarà trasferirmi davvero in Nuova Zelanda, non soltanto fingere, aggiornando lo stato di Facebook.
Scelta dispendiosa l'amore. Scelta dolorosa la morte.
Eppure, io non so fare altro.
Divertente.
venerdì 5 agosto 2011
CARA SACRABETTA (MA ANCHE UN PO' MI SONO DETTA) ...
Amica mia, tu sei Lamiacoscienza, mica si scherza, qui.
Sei il mio grillo parlante, il mio angioletto bianco, il mio yin, la mia terra, la mia acqua.
Certe cose neppure te le racconto che mi sembra di contaminarti.
In genere, sono quelle che non ho il coraggio di dire quasi nemmeno a me stessa.
Le tue ragioni - profonde, accurate, dolorose - le vaglio sempre tutte.
Le accolgo, le elaboro, le digerisco. Spesso ho bisogno di aiutarmi con un po' di Alka-Seltzer ma, in genere, ne vengo a capo.
Spesso ti corromperei, anche e volentieri, con un po' di rosso diavolo, di cielo e di fuoco ma non è questo il caso.
Ho riflettuto molto, su tutti i nostri discorsi e, in tutta coscienza (che è anche un po' la mia), ti posso dire che ho provato sulla mia pelle tutte le situazioni prese in esame.
Sono stata quella figlia e sono stata quella donna.
Sono stata figlia di genitori separati e divorziati e so cosa vuol dire non avere - o non avere più - un nucleo (seppur mai)solido al quale far riferimento o, cosa significhi, essere prima una bambina e poi un'adolescente inquieta e priva di punti fermi.
Ho visto mia madre piangere, quando abbiamo incontrato, insieme, mio padre che baciava un'altra donna.
Ho visto i miei genitori tentare di ricostruirsi, vanamente e nel corso degli anni, relazioni e rapporti terminati in un nulla di fatto. Peggio ancora, li ho visti soli e persi e senza un calore abbastanza caldo da superare gli inverni, né germogli abbastanza forti da arrivare all'estate.
Li ho visti anche riavvicinarsi, dopo ventotto anni di divorzio, in un modo tutto loro e singolare. Ma questa è un'altra storia.
Poi sono stata, a mia volta, una moglie tradita, ingannata e lasciata.
Soprattutto, sono stata una donna non più amata, non più desiderata e rifiutata fisicamente dal suo uomo.
Questa, forse, fra tutte le cose, è quella che meno augurerei a qualsiasi essere, femminile in particolare e umano in genere.
Dividere la tana e la faticosa vita quotidiana con uno che non ti ama più e al quale continui a lavare i calzini, non mi sembra poi tanto meglio che rimanere da sole e doversi reinventare un'esistenza.
Ho sopportato ben altro, se è per questo.
E non voglio chiamare in causa le tragedie, più o meno grandi, della vita per dire che, siccome ho sofferto io, allora deve soffrire chiunque. Tutt'altro.
Voglio dire che si può sopravvivere. Se ne può uscire con risultati piuttosto brillanti, anche.
Che la vita è sofferenza comunque e, quand'anche non mi fossi resa corresponsabile di questo nuovo e preterintenzionale martirio, a ben guardare, ce ne sarebbe stato un altro ancora più grave e insopportabile.
Credo che abbiamo tutti diritto alla nostra porzione di felicità.
O alla nostra porzione di infelicità altrove da quello che oggi non funziona e ci rende ancora più infelici.
Se c'è una cosa che rimpiango, non è che mio marito mi abbia lasciata ma è che non l'abbia fatto prima. Se, poi, vivessimo in un mondo ideale e fosse possibile reinstillare l'amore nelle persone che non lo provano più, allora sarebbe diverso e sarebbero diverse anche tutte le altre cose.
Mi dirai che sono soltanto comode giustificazioni con le quali cerco di rincuorarmi e di tacitare i miei inevitabili sensi di colpa.
Può darsi. O può darsi che, come spesso penso, la verità risieda in un ipotetico, quanto irrealizzabile, punto d'incontro tra la mia e la tua strada.
Sei il mio grillo parlante, il mio angioletto bianco, il mio yin, la mia terra, la mia acqua.
Certe cose neppure te le racconto che mi sembra di contaminarti.
In genere, sono quelle che non ho il coraggio di dire quasi nemmeno a me stessa.
Le tue ragioni - profonde, accurate, dolorose - le vaglio sempre tutte.
Le accolgo, le elaboro, le digerisco. Spesso ho bisogno di aiutarmi con un po' di Alka-Seltzer ma, in genere, ne vengo a capo.
Spesso ti corromperei, anche e volentieri, con un po' di rosso diavolo, di cielo e di fuoco ma non è questo il caso.
Ho riflettuto molto, su tutti i nostri discorsi e, in tutta coscienza (che è anche un po' la mia), ti posso dire che ho provato sulla mia pelle tutte le situazioni prese in esame.
Sono stata quella figlia e sono stata quella donna.
Sono stata figlia di genitori separati e divorziati e so cosa vuol dire non avere - o non avere più - un nucleo (seppur mai)solido al quale far riferimento o, cosa significhi, essere prima una bambina e poi un'adolescente inquieta e priva di punti fermi.
Ho visto mia madre piangere, quando abbiamo incontrato, insieme, mio padre che baciava un'altra donna.
Ho visto i miei genitori tentare di ricostruirsi, vanamente e nel corso degli anni, relazioni e rapporti terminati in un nulla di fatto. Peggio ancora, li ho visti soli e persi e senza un calore abbastanza caldo da superare gli inverni, né germogli abbastanza forti da arrivare all'estate.
Li ho visti anche riavvicinarsi, dopo ventotto anni di divorzio, in un modo tutto loro e singolare. Ma questa è un'altra storia.
Poi sono stata, a mia volta, una moglie tradita, ingannata e lasciata.
Soprattutto, sono stata una donna non più amata, non più desiderata e rifiutata fisicamente dal suo uomo.
Questa, forse, fra tutte le cose, è quella che meno augurerei a qualsiasi essere, femminile in particolare e umano in genere.
Dividere la tana e la faticosa vita quotidiana con uno che non ti ama più e al quale continui a lavare i calzini, non mi sembra poi tanto meglio che rimanere da sole e doversi reinventare un'esistenza.
Ho sopportato ben altro, se è per questo.
E non voglio chiamare in causa le tragedie, più o meno grandi, della vita per dire che, siccome ho sofferto io, allora deve soffrire chiunque. Tutt'altro.
Voglio dire che si può sopravvivere. Se ne può uscire con risultati piuttosto brillanti, anche.
Che la vita è sofferenza comunque e, quand'anche non mi fossi resa corresponsabile di questo nuovo e preterintenzionale martirio, a ben guardare, ce ne sarebbe stato un altro ancora più grave e insopportabile.
Credo che abbiamo tutti diritto alla nostra porzione di felicità.
O alla nostra porzione di infelicità altrove da quello che oggi non funziona e ci rende ancora più infelici.
Se c'è una cosa che rimpiango, non è che mio marito mi abbia lasciata ma è che non l'abbia fatto prima. Se, poi, vivessimo in un mondo ideale e fosse possibile reinstillare l'amore nelle persone che non lo provano più, allora sarebbe diverso e sarebbero diverse anche tutte le altre cose.
Mi dirai che sono soltanto comode giustificazioni con le quali cerco di rincuorarmi e di tacitare i miei inevitabili sensi di colpa.
Può darsi. O può darsi che, come spesso penso, la verità risieda in un ipotetico, quanto irrealizzabile, punto d'incontro tra la mia e la tua strada.
venerdì 29 luglio 2011
CARO M. ...
Ti ho già perso.
Senza nemmeno averti veramente.
Le piccole cose che ho assaporato di te me le porto dentro, le appoggio tra il cuore e i polmoni, senza avere il coraggio di lasciare la presa, per farmi male ad ogni alzata di diaframma, per aspettare che il dolore si sciolga, per essere preparata al tuo ritorno.
Fra tutta la musica che avresti potuto regalarmi e dalla quale ti saresti potuto far ingannare, hai scelto quella giusta, hai saputo capire quale avrebbe fatto vibrare veramente le mie corde.
Non ti sei imposto: mi hai interpretata.
Fra tutte le strade che avresti potuto percorrere hai scelto la più difficile, la più onesta.
Seppur umana ed imperfetta.
Spero che tu sappia che, anch'io, ho fatto del mio meglio.
La crudeltà, involontaria e reciproca, che ci siamo riservati è solo un misero incidente di percorso, l'inevitabile difesa di un'anima ferita e di un'altra impaurita.
Non posso forzare il tuo cammino. Né tradire il rispetto che ho di me stessa.
Comunque vadano le cose, nasconderò le tue mani forti, i tuoi sorrisi bianchi, il tuo corpo caldo, il tuo cuore spaventato e i tuoi occhi innamorati, lì dove ti ho detto, tra il respiro e il battito.
E sarò qui intorno ancora per un po'.
Senza nemmeno averti veramente.
Le piccole cose che ho assaporato di te me le porto dentro, le appoggio tra il cuore e i polmoni, senza avere il coraggio di lasciare la presa, per farmi male ad ogni alzata di diaframma, per aspettare che il dolore si sciolga, per essere preparata al tuo ritorno.
Fra tutta la musica che avresti potuto regalarmi e dalla quale ti saresti potuto far ingannare, hai scelto quella giusta, hai saputo capire quale avrebbe fatto vibrare veramente le mie corde.
Non ti sei imposto: mi hai interpretata.
Fra tutte le strade che avresti potuto percorrere hai scelto la più difficile, la più onesta.
Seppur umana ed imperfetta.
Spero che tu sappia che, anch'io, ho fatto del mio meglio.
La crudeltà, involontaria e reciproca, che ci siamo riservati è solo un misero incidente di percorso, l'inevitabile difesa di un'anima ferita e di un'altra impaurita.
Non posso forzare il tuo cammino. Né tradire il rispetto che ho di me stessa.
Comunque vadano le cose, nasconderò le tue mani forti, i tuoi sorrisi bianchi, il tuo corpo caldo, il tuo cuore spaventato e i tuoi occhi innamorati, lì dove ti ho detto, tra il respiro e il battito.
E sarò qui intorno ancora per un po'.
mercoledì 27 luglio 2011
CHI CI RICORDA?
Melantcha Herbert, desiderando tutto ciò che vedeva perdeva sempre tutto ciò che aveva.
Melantcha veniva sempre lasciata quando non lasciava gli altri.
Melantcha Herbert amava sempre troppo e troppo spesso.
Era sempre piena di mistero e di movimenti sottili e negazioni e complicate illusioni.
Poi Melantcha avrebbe creduto implulsivamente in qualcosa, per poi soffrire.
Melantcha Herbert cercava sempre pace e tranquillità, e sempre trovava nuovi modi per finire nei guai.
Gertrude Stein
Melantcha veniva sempre lasciata quando non lasciava gli altri.
Melantcha Herbert amava sempre troppo e troppo spesso.
Era sempre piena di mistero e di movimenti sottili e negazioni e complicate illusioni.
Poi Melantcha avrebbe creduto implulsivamente in qualcosa, per poi soffrire.
Melantcha Herbert cercava sempre pace e tranquillità, e sempre trovava nuovi modi per finire nei guai.
Gertrude Stein
martedì 26 luglio 2011
NUOVA STRATEGIA DELL'AMORE
Sbagliando s'impara, dicono.
Sarà. A me sembra di non imparare mai abbastanza.
Stilare una nuova serie di punti imprescindibili, a questo punto, mi sembra d'obbligo.
Poi, sicuramente, non li rispetterò ma, almeno, rileggendo il tutto potrò darmi meglio della cretina e, anche gli amici, avranno appigli indiscutibili su cui fare leva per farmi rinsavire o per farmi notare che, non solo l'avevano già detto loro ma, addirittura, l'avevo detto anch'io.
- Dire "ti amo".
O farselo dire. Non è una cosa da prendere alla leggera.
Soprattutto quando si è alla soglia dei quarant'anni e, teoricamente, si dovrebbe essere navigati e assennati. Perciò, è ormai vietato farsi trasportare da fameliche brame adolescenziali e affrettati aneliti romantici; o gettarsi a capofitto nei vorticosi capogiri dell'innamoramento.
Lo spazio che intercorre tra la minima conoscenza di una persona e la dichiarazione della fatidica frase si deve necessariamente calibrare su tempistiche più lunghe e ponderate.
Mordiamoci la lingua, pensiamo al cerume nelle orecchie, alle flatulente e inconsapevoli scoregge notturne e alle incrostazioni di capelli e dentifricio dentro al lavandino; visualizziamo orde di scolopendre brulicanti, sopra e sotto al nostro letto, o file di processionarie calpestate e ridotte in poltiglia, ormai cibo per sciami di zelanti formiche, ma non pronunciamo MAI E POI MAI quelle due stronze parolette, a meno che non siano passati almeno sei (e dico sei) mesi.
Presumibilmente, sapendo aspettare, la voglia di dichiararci sarà già scemata da sé alla soglia del quarto mese.
Di contro, se l'altro si risolve ad "amarci" già dalla seconda settimana della nuova relazione, inventiamo immediatamente un improvviso e lungo soggiorno di lavoro in Nuova Zelanda, lì da quella nostra lontana cugina guarda caso disposta ad ospitarci, e diamoci a gambe levate.
Basta aggiornare lo stato di Facebook. Città in cui ti trovi adesso: Tauranga. Postiamo qualche foto delle location de Il Signore Degli Anelli e il gioco è fatto.
E questo ci porta dritti dritti al secondo, fondamentale punto.
- Diffidare degli uomini che promettono mari e monti in tempi record.
Queste tipologie di maschi ci portano tanto rapidamente in alto quanto rovinosamente in basso.
Sono dei chiacchieroni, degli aspiranti poeti compiacenti e auto-compiaciuti, specialisti dell'impossibile e principali cultori del vorrei-ma-proprio-non-posso. Alternano momenti di sottile sadismo a strategie tattiche di vittimismo auto-lesionista, innescando il letale meccanismo dell'io-ti-salverò e la sindrome della crocerossina che è in noi o solleticando la necessità del superamento del senso di abbandono e vilipendio che ci hanno inflitto, nostro malgrado, quando eravamo bambine. Inoltre, risvegliano l'attitudine al masochismo sacrificale indotto da anni e anni di visioni di perle di saggezza fuorvianti quali Candy-Candy, Remì, Heidi e l'Ape Magà (quelli con l'accento in assoluto i più dannosi, anzi, se vi capita di rivedere per caso una puntata di Remì, grattatevi proprio).
Per la risoluzione del problema agire come al punto uno.
- Smetterla di amare per due.
Arrivati a questo stadio della faccenda le soluzioni suggerite nei primi due punti non saranno più di alcuna utilità.
Si è fottuti, compromessi, kaputt, KO. L'unica speranza ancora in nostro possesso è quella dello stretto dosaggio e dell'alto contenimento.
Se siete per vostra natura simili a quella della sottoscritta, vi troverete a viaggiare alla velocità della luce, a pianificare figli e vecchiaia, mentre l'altro sta ancora decidendo chi si vuole continuare a scopare.
Lascerà fare a voi tutto il lavoro, visto che vi riesce così bene, che avete una tale capacità di amare, che siete così innamorati dell'amore.
Approfitterà della vostra generosità e del quantitativo pantagruelico di passione, sentimenti e buoni propositi che, scelleratamente, state investendo proprio nella persona che presto si tirerà indietro e vi accuserà di averli fraintesi, dopo avere promesso i mari e monti di cui al punto due.
- Ricordarsi che il modo corretto di amare è accettare ed essere accettati.
Esattamente per come si è, non per il proprio potenziale.
Non vi mettete con un muratore se siete allergici alla polvere e non vi fate mori se siete biondi o viceversa.
Per il resto cercate di identificare le cose veramente importanti in un rapporto che, in genere, sono riconducibili a tre sotto-punti fondamentali:
il sesso, il sesso e il sesso.
Anche se, una buona e serena capacità di comunicazione, un (bel) po' di interessi in comune, il desiderio di fare il bene dell'altro e il rispetto, non guasterebbero.
- In genere, diffidare dei credenti.
Lo buttano in culo molto più facilmente degli altri, peraltro senza usare lubrificanti: non vorrebbero mai risultare troppo sconci adoperando un po' di saliva.
Sarà. A me sembra di non imparare mai abbastanza.
Stilare una nuova serie di punti imprescindibili, a questo punto, mi sembra d'obbligo.
Poi, sicuramente, non li rispetterò ma, almeno, rileggendo il tutto potrò darmi meglio della cretina e, anche gli amici, avranno appigli indiscutibili su cui fare leva per farmi rinsavire o per farmi notare che, non solo l'avevano già detto loro ma, addirittura, l'avevo detto anch'io.
- Dire "ti amo".
O farselo dire. Non è una cosa da prendere alla leggera.
Soprattutto quando si è alla soglia dei quarant'anni e, teoricamente, si dovrebbe essere navigati e assennati. Perciò, è ormai vietato farsi trasportare da fameliche brame adolescenziali e affrettati aneliti romantici; o gettarsi a capofitto nei vorticosi capogiri dell'innamoramento.
Lo spazio che intercorre tra la minima conoscenza di una persona e la dichiarazione della fatidica frase si deve necessariamente calibrare su tempistiche più lunghe e ponderate.
Mordiamoci la lingua, pensiamo al cerume nelle orecchie, alle flatulente e inconsapevoli scoregge notturne e alle incrostazioni di capelli e dentifricio dentro al lavandino; visualizziamo orde di scolopendre brulicanti, sopra e sotto al nostro letto, o file di processionarie calpestate e ridotte in poltiglia, ormai cibo per sciami di zelanti formiche, ma non pronunciamo MAI E POI MAI quelle due stronze parolette, a meno che non siano passati almeno sei (e dico sei) mesi.
Presumibilmente, sapendo aspettare, la voglia di dichiararci sarà già scemata da sé alla soglia del quarto mese.
Di contro, se l'altro si risolve ad "amarci" già dalla seconda settimana della nuova relazione, inventiamo immediatamente un improvviso e lungo soggiorno di lavoro in Nuova Zelanda, lì da quella nostra lontana cugina guarda caso disposta ad ospitarci, e diamoci a gambe levate.
Basta aggiornare lo stato di Facebook. Città in cui ti trovi adesso: Tauranga. Postiamo qualche foto delle location de Il Signore Degli Anelli e il gioco è fatto.
E questo ci porta dritti dritti al secondo, fondamentale punto.
- Diffidare degli uomini che promettono mari e monti in tempi record.
Queste tipologie di maschi ci portano tanto rapidamente in alto quanto rovinosamente in basso.
Sono dei chiacchieroni, degli aspiranti poeti compiacenti e auto-compiaciuti, specialisti dell'impossibile e principali cultori del vorrei-ma-proprio-non-posso. Alternano momenti di sottile sadismo a strategie tattiche di vittimismo auto-lesionista, innescando il letale meccanismo dell'io-ti-salverò e la sindrome della crocerossina che è in noi o solleticando la necessità del superamento del senso di abbandono e vilipendio che ci hanno inflitto, nostro malgrado, quando eravamo bambine. Inoltre, risvegliano l'attitudine al masochismo sacrificale indotto da anni e anni di visioni di perle di saggezza fuorvianti quali Candy-Candy, Remì, Heidi e l'Ape Magà (quelli con l'accento in assoluto i più dannosi, anzi, se vi capita di rivedere per caso una puntata di Remì, grattatevi proprio).
Per la risoluzione del problema agire come al punto uno.
- Smetterla di amare per due.
Arrivati a questo stadio della faccenda le soluzioni suggerite nei primi due punti non saranno più di alcuna utilità.
Si è fottuti, compromessi, kaputt, KO. L'unica speranza ancora in nostro possesso è quella dello stretto dosaggio e dell'alto contenimento.
Se siete per vostra natura simili a quella della sottoscritta, vi troverete a viaggiare alla velocità della luce, a pianificare figli e vecchiaia, mentre l'altro sta ancora decidendo chi si vuole continuare a scopare.
Lascerà fare a voi tutto il lavoro, visto che vi riesce così bene, che avete una tale capacità di amare, che siete così innamorati dell'amore.
Approfitterà della vostra generosità e del quantitativo pantagruelico di passione, sentimenti e buoni propositi che, scelleratamente, state investendo proprio nella persona che presto si tirerà indietro e vi accuserà di averli fraintesi, dopo avere promesso i mari e monti di cui al punto due.
- Ricordarsi che il modo corretto di amare è accettare ed essere accettati.
Esattamente per come si è, non per il proprio potenziale.
Non vi mettete con un muratore se siete allergici alla polvere e non vi fate mori se siete biondi o viceversa.
Per il resto cercate di identificare le cose veramente importanti in un rapporto che, in genere, sono riconducibili a tre sotto-punti fondamentali:
il sesso, il sesso e il sesso.
Anche se, una buona e serena capacità di comunicazione, un (bel) po' di interessi in comune, il desiderio di fare il bene dell'altro e il rispetto, non guasterebbero.
- In genere, diffidare dei credenti.
Lo buttano in culo molto più facilmente degli altri, peraltro senza usare lubrificanti: non vorrebbero mai risultare troppo sconci adoperando un po' di saliva.
mercoledì 20 luglio 2011
CARO M. (MA ANCHE UN PO' MI SONO DETTA) ...
E va bene, prendiamola con filosofia.
Non sarai il primo né l'ultimo che si prende il mio corpo senza meritarselo. Per non parlare dell'anima, poi.
Anche se, allo stato dei fatti, tutto è opinabile e verificabile. Anche se, allo stallo dei fatti, ancora non ti sei preso veramente né l'uno né l'altra.
E faccio anche il mea culpa: dopo averla menata a tutti, per anni, con i concetti di fedeltà, onestà, integrità e sincerità, qui, signori miei, la confusione regna sovrana.
Sono complice e rea confessa, fedifraga connivente di omertà e scorrettezza, incoerente traditrice dei miei princìpi e delle mie stesse aspirazioni.
Una cometa dalla traiettoria indecisa che insegue la luminosità della sua coda o un elettrone impazzito alla ricerca di una stabilità instabile.
Continuo a ricetrasmettere con l'universo frequenze contrastanti e segnali disturbati, e non fa meraviglia che il cosmo abbia dei seri problemi a esaudire i miei desideri.
Come potrebbe, povero Cristo? Non li conosco nemmeno io, i miei desideri. Non mi capisco.
Grido libertà e rimpiango l'amore, urlo il bisogno e proclamo indipendenza.
Cerco il riparo della solidità e smanio per l'eterno imprevisto.
Faccio del rispetto una bandiera e poi tradisco.
Mi scaglio contro gli uomini infedeli e divento l'amante di uno di questi.
Per carità, l'eccezione che conferma la regola ma pur sempre un'anomalia lampante.
Se non fosse per il grande amor proprio della mia piccola coerenza, l'universo mi avrebbe già punita, definitivamente, con l'una o l'altra condanna. E invece rimango in bilico, come sempre.
A fare i conti con le mie parti scisse e la passione che mi consuma.
Con l'ineluttabilità di un meccanismo perverso che è esso stesso il mio premio e la mia condanna.
A fare i conti con le cose che - già - mi piacciono di te.
E di noi.
Tu che ti infili gli occhiali per leggere i crediti delle copertine dei dischi oppure allontani a dismisura il menù, se hai dimenticato gli occhiali.
Tu che rivendichi familiarità con due scampanellate rapide e secche.
Io che mi arrampico sul tuo metro e novantadue di contraddizioni e burberità.
Io che, al solito, scatto come un fulmine verso il traguardo, mal sopportando cautela e lentezza.
Noi che ci leggiamo negli occhi e, saggiamente, omettiamo le conclusioni.
Noi che comunichiamo come i bambini, assecondando un contatto schivo e i segnali di una musica condivisa.
Io che adesso rido e presto non riderò.
Non sarai il primo né l'ultimo che si prende il mio corpo senza meritarselo. Per non parlare dell'anima, poi.
Anche se, allo stato dei fatti, tutto è opinabile e verificabile. Anche se, allo stallo dei fatti, ancora non ti sei preso veramente né l'uno né l'altra.
E faccio anche il mea culpa: dopo averla menata a tutti, per anni, con i concetti di fedeltà, onestà, integrità e sincerità, qui, signori miei, la confusione regna sovrana.
Sono complice e rea confessa, fedifraga connivente di omertà e scorrettezza, incoerente traditrice dei miei princìpi e delle mie stesse aspirazioni.
Una cometa dalla traiettoria indecisa che insegue la luminosità della sua coda o un elettrone impazzito alla ricerca di una stabilità instabile.
Continuo a ricetrasmettere con l'universo frequenze contrastanti e segnali disturbati, e non fa meraviglia che il cosmo abbia dei seri problemi a esaudire i miei desideri.
Come potrebbe, povero Cristo? Non li conosco nemmeno io, i miei desideri. Non mi capisco.
Grido libertà e rimpiango l'amore, urlo il bisogno e proclamo indipendenza.
Cerco il riparo della solidità e smanio per l'eterno imprevisto.
Faccio del rispetto una bandiera e poi tradisco.
Mi scaglio contro gli uomini infedeli e divento l'amante di uno di questi.
Per carità, l'eccezione che conferma la regola ma pur sempre un'anomalia lampante.
Se non fosse per il grande amor proprio della mia piccola coerenza, l'universo mi avrebbe già punita, definitivamente, con l'una o l'altra condanna. E invece rimango in bilico, come sempre.
A fare i conti con le mie parti scisse e la passione che mi consuma.
Con l'ineluttabilità di un meccanismo perverso che è esso stesso il mio premio e la mia condanna.
A fare i conti con le cose che - già - mi piacciono di te.
E di noi.
Tu che ti infili gli occhiali per leggere i crediti delle copertine dei dischi oppure allontani a dismisura il menù, se hai dimenticato gli occhiali.
Tu che rivendichi familiarità con due scampanellate rapide e secche.
Io che mi arrampico sul tuo metro e novantadue di contraddizioni e burberità.
Io che, al solito, scatto come un fulmine verso il traguardo, mal sopportando cautela e lentezza.
Noi che ci leggiamo negli occhi e, saggiamente, omettiamo le conclusioni.
Noi che comunichiamo come i bambini, assecondando un contatto schivo e i segnali di una musica condivisa.
Io che adesso rido e presto non riderò.
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